sabato, dicembre 5

Noto Antica

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Noto Antica è l’antico abitato di Noto. Municipium sotto il dominio dei Romani, capovallo dalla dominazione araba in poi e fregiata del titolo di “civitas ingegnosa” da Ferdinando il Cattolico, fu patria di molti elementi di spicco fra il XIV e il XVI secolo, nonché uno dei principali centri culturali, militari ed economici della Sicilia sud-orientale. Circondata da imponenti mura (molte delle quali ancora in piedi) e da profonde vallate, non fu mai presa con la forza e si arrese solo al violento terremoto del 1693 che la rase al suolo.
Oggi è possibile visitarne i resti e riviverne l’antico splendore attraverso un tour interattivo di ricostruzioni virtuali dei principali siti d’interesse. Inoltre, Cava Carosello, una vallata assai interessante per le molteplici presenze archeologiche e naturalistiche.

Cenni storici

Noto antica, sito originario di Noto, si trova a circa 15 km più a nord, sul monte Alveria. Qui si ritrovano i primi insediamenti umani, piccoli nuclei abitativi, costituiti principalmente da capanne, separati ed indipendenti gli uni dagli altri, che risalgono all’età del Bronzo Antico della civiltà di Castelluccio (2200-1450 a.C.), come testimoniato dai reperti archeologici rinvenuti. Secondo un’antica leggenda, Neai, che sarebbe stato il nome della Noto più antica, avrebbe dato i natali al condottiero siculo Ducezio, che sarebbe poi divenuto Re dei Siculi.
Egli, nel V secolo a.C., in vista della guerra contro gli invasori greci, avrebbe trasferito Neai di incerta collocazione, dal colle della Mendola, nell’altipiano dell’Alveria, un monte cuoriforme, circondato da profonde gole che lo rendevano inespugnabile, fuorché per uno stretto istmo che venne fortificato. Ben presto Neas o Neaton, ormai ellenizzata nei costumi, entrò a far parte della sfera d’influenza siracusana. Ciò è testimoniato dai resti del Ginnasio, delle mura megalitiche e degli Heroon ellenistici.
Nel 214 a.C. circa, Neaton venne riconosciuta come città alleata dai Romani e assunse il nome latino di Netum. In quanto tale i Romani concessero ai netini un proprio senato, tanto che ancora oggi, nei palazzi e nei portali risulta presenta la scritta SPQN (Senatus Populus Que Netinus).
Sotto la dominazione araba l’intera montagna viene fortificata con poderose mura, mentre i quartieri sulla sommità si espandono ed assumono un ruolo centrale, essendo proprio lì il castello ed altri importanti edifici.
Il nome Noto fu dato alla città dagli arabi e fu mantenuto anche dopo la loro dominazione, diventando nome definitivo. Fu scelto dagli arabi per indicare la sua bellezza e la sua importanza (la parola araba “Noto” aveva lo stesso significato di quella italiana odierna). Nel X sec. a.C., gli Arabi divisero la Sicilia in tre Valli e data l’importanza attribuita a Noto, divenne, nel 903, capovalle e il suo territorio registrò la razionalizzazione dell’agricoltura e la promozione dei commerci. Fu insediata anche l’industria della seta, sfruttando la presenza di gelsi nel territorio.
Nel medioevo la città si arricchisce di Chiese e si allarga la piazza maggiore, la città è suddivisa in tre piani, dove sorgevano anche le uniche tre piazze della città: piano del Crocifisso, piano Maggiore e piano Santa Venera. La città è attraversata da un serpeggiante asse principale denominato via piana o Cassaro.
Nel XVII secolo, la città si arricchisce ulteriormente di monumenti, e molti dei restanti vengono abbelliti secondo i canoni del nuovo stile barocco. Nel 1503, il re Ferdinando II d’Aragona conferì a Noto il titolo di “Città ingegnosa” per i tanti personaggi che nel quattrocento si distinsero nel campo dell’Arte, delle Lettere e della Scienza.
L’11 gennaio del 1693, Noto, all’apogeo del suo splendore e della sua grandezza, è rasa quasi completamente al suolo dallo spaventoso terremoto del Val di Noto, in cui morirono circa 1000 persone. Alla vigilia del terremoto, Noto contava 14.416 case, anche se l’estremità sud (i “lobi” del monte cuoriforme) non era abitata, ma vi erano ancora terreni coltivabili.
La natura medievale dell’impianto urbanistico e quella geologica del terreno furono una delle cause più importanti dell’abbandono del vecchio sito, visto che a causa di questi problemi era pressoché impossibile ricostruire la città secondo i canoni urbanistici della fine del XVII secolo. Subito dopo il terribile evento Giuseppe Lanza, duca di Camastra, nominato vicario generale per la ricostruzione del Val di Noto, stabilì di ricostruire la città in altro sito 8 km più a valle, sul declivio del colle Meti. Nel piano di costruzione della città intervennero diverse personalità, indicate dai documenti e dalla tradizione: la città attuale è il risultato dell’opera di numerosi architetti (Rosario Gagliardi, Paolo Labisi, Vincenzo Sinatra, Antonio Mazza), capimastri e scalpellini, che, durante tutto il XVIII secolo, realizzano questo eccezionale ambiente urbanistico, in un unico stile prevalente, il barocco siciliano e usando la pietra tipica locale, il tufo calcareo, resistente ma di facile lavorazione e che a contatto con la luce del sole assume il colore miele-dorato-rosa, in base alle fasi della giornata. A differenza di quanto accadde di solito nelle costruzioni barocche delle province del Sud Italia, come soprattutto a Lecce e a Catania, gli architetti che lavorarono a Noto non puntarono tutto sui motivi ornamentali, i quali restano sempre ben controllati, senza squilibri rispetto alle architetture nelle quali sono inseriti. Inoltre, gli architetti attivi a Noto, Rosario Gagliardi, Vincenzo Sinatra e Paolo Labisi, si impegnarono anche nella realizzazione di architetture elaborate, con l’impiego di facciate concave (come nella chiesa del Carmine o in quella di San Carlo Borromeo al Corso), convesse (come la chiesa di San Domenico) o addirittura curvilinee, come nella torre campanaria del seminario. Il barocco di Noto pervade l’intera città: gli elementi barocchi sono collegati tra di loro in modo da realizzare quella che è stata definita la “perfetta città barocca”. Tutti questi sono gli elementi che rendono Noto famosa in tutto il mondo e i motivi per cui, nel 2002, è stata inserita dall’Unesco nella lista dei beni Patrimonio dell’Umanità.

 

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